Il Parlamento UK discute Stop Killing Games: “La proprietà digitale deve essere rispettata”

La petizione Stop Killing Games ha dominato i titoli delle testate di settore questa estate, raggiungendo e superando l’obiettivo del milione di firme per combattere il nuovo annoso trend dei videogiochi in formato digitale che di fatto negano la proprietà del prodotto acquistato ai suoi acquirenti.

Gli appassionati conoscono bene questa ormai tristemente nota prassi, che rende le software house in grado di spegnere i server dopo un arbitrario periodo di tempo rendendo il titolo inaccessibile e il principale scopo di Stop Killing Games è proprio quello di agevolare una discussione in sede legislativa per porre un freno giuridico a questa tendenza.

La petizione ha raggiunto il Parlamento britannico ed è stata discussa dai suoi rappresentanti nella giornata di lunedì 3 novembre. In molti si sono espressi a favore dei concetti promossi dalla petizione Stop Killing Games, sostenendo sia necessario un provvedimento a protezione dei consumatori.

Stop Killing Games - Parlamento inglese

La rappresentante Pam Cox, del Partito Laburista ha dichiarato:

Il movimento Stop Killing Games evidenzia la crescente frustrazione tra i giocatori che vedono i loro acquisti svanire. È chiaro che la proprietà digitale deve essere rispettata e che gli editori dovrebbero cercare di offrire ai giocatori la possibilità di conservare o riparare i giochi anche se il servizio di assistenza ufficiale per i prodotti termina.

Il collega di partito Henry Tufnell ha poi proseguito:

Sono d’accordo… nella misura in cui i videogiochi hanno un’identità culturale, e sul fatto che eliminarli cancella un patrimonio culturale e artistico vitale per la società e per l’industria in generale. Come hanno giustamente sostenuto gli attivisti, se ogni copia di un libro, di un film o di una canzone venisse distrutta, la considereremmo una tragedia culturale. Dovremmo considerare la perdita dei videogiochi nella stessa luce.

Una moltitudine di altri parlamentari si sono uniti a questo coro, citando esempi di titoli resi inaccessibili al pubblico come The Crew (Ubisoft) o Babylon’s Fall (Platinum Games).

Tornando a ‘The Crew’, il gioco non aveva bisogno di essere chiuso. Ubisoft avrebbe potuto applicare una patch per il gioco offline o consentire l’uso di server privati. In futuro, la richiesta di molti consumatori è semplice: se l’industria intende chiudere un gioco, dovrebbe garantire ai consumatori un’opzione ragionevole per continuare a utilizzare i propri prodotti per un’esperienza single-player o su server privati.

Naturalmente la risposta del Governo, sempre di centro-sinistra, non si è fatta attendere e ha tentato in qualche modo di arginare le preoccupazioni dei videogiocatori e dei loro rappresentanti in maniera piuttosto tiepida, adducendo che “I videogiochi online sono spesso servizi dinamici e interattivi, non prodotti statici, e il mantenimento dei servizi online richiede investimenti sostanziali nel corso di anni o addirittura decenni” e che implementare questo tipo di restrizioni legali potrebbe essere “estremamente nocivo” per le software house.

La discussione relativa al tema dovrà raggiungere anche l’Unione Europea e non sarà certo una battaglia semplice da vincere. Il merito di Stop Killing Games però è stato quello di portare la questione all’attenzione delle autorità, che finalmente ora non potranno più semplicemente fingere di ignorare un problema sistemico della moderna industria videoludica.

E voi che ne pensate? È un passo avanti o le cose sono destinate a restare come sono?

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