Nel corso degli ultimi giorni si è fatto un gran parlare della iniziativa chiamata Stop Killing Games, una petizione creata dallo YouTuber britannico Ross Scott e i suoi collaboratori per porre fine ad una dannosa pratica sempre più utilizzata da parte delle software house. Come certamente saprete è ormai diventata prassi la necessità di una connessione online per avviare i propri videogiochi, che siano single-player o multiplayer. Questa mossa comporta seri rischi per i consumatori, perché lega il funzionamento del prodotto alla presenza dei server della compagnia, rendendo il gioco potenzialmente inutilizzabile in futuro.
Il rischio che i prodotti acquistati dai consumatori possano diventare inutilizzabili è concreto, perchè hanno iniziato a comparire diversi avvertimenti all’interno dei Terms of Service e degli EULA, quelle pagine di testo fittissime che dobbiamo accettare prima di avviare il videogioco appena acquistato.
Ubisoft ha incluso un breve paragrafo che afferma come la compagnia “si riservi di terminare questo EULA in qualsiasi momento e per qualunque ragione”, mentre Blizzard avverte che “può decidere di porre fine all’Accordo (terms of service) per qualsiasi motivo, senza notificare il cliente“. Ciò significa che qualsiasi titolo pubblicato da queste software house potrebbe essere di fatto reso inutilizzabile disattivando i server in qualunque momento a discrezione della compagnia.
Non serve essere esperti del settore per capire che questa pratica è deleteria nei confronti del consumatore ed esistono già diversi esempi a confermare che non si tratta di un rischio remoto, ma di una possibilità concreta. L’esempio più lampante è forse quello di Concord, il colossale fallimento di PlayStation che è rimasto online soltanto una decina di giorni, per poi essere fatto sparire sotto il tappeto rendendolo inaccessibile. Se però in quel caso PlayStation ha deciso di rimborsare i pochi che avevano deciso di acquistare il gioco, Ubisoft invece ha intrapreso la strada opposta quando ha deciso di spegnere i server del suo racing game chiamato The Crew senza rimborsare i giocatori o offrire opzioni alternative.
Quali sono gli obiettivi di Stop Killing Games

“Stop Killing Games” è un movimento dei consumatori nato per contestare la legalità del comportamento degli editori che distruggono i videogiochi venduti ai clienti.
Recita così la prima pagina del sito ufficiale di Stop Killing Games, che condanna apertamente l’“obsolescenza programmata” dei videogiochi come pratica commerciale e si appella all’Unione Europea reclamando l’intervento dei legislatori per regolamentare una pratica definita in contrasto con il diritto del consumatore.
La petizione necessita almeno un milione di firme per essere presa in considerazione dalle istituzione, obiettivo che Stop Killing Games ha già centrato negli ultimi giorni. Al momento della scrittura di questo articolo la petizione conta 1.202.353 firme, che avvicinano sempre di più la proposta agli occhi dei legislatori.
In questo momento la petizione organizzata da Stop Killing Games è in fase di ‘Overdrive‘. Per garantire che l’Unione Europea prenda in esame la proposta occorre che il milione di firme sia ratificato ufficialmente e, avendo una quantità così imponente di sostenitori da ogni angolo d’Europa, è comprensibile che molte firme verranno considerate invalide, quindi si stima che per blindare il successo della campagna diano necessarie almeno 1.4 milioni di firme. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che però Stop Killing Games ha ormai quasi raggiunto.
L’obiettivo finale di Stop Killing Games è quello di raggiungere l’approvazione di una direttiva europea che vincoli ogni Paese membro a inserire delle sanzioni contro le software house che interrompono il supporto ai propri videogiochi senza una patch che ne consenta la sopravvivenza offline, o che si oppongano alla tutela del software da parte degli appassionati tramite l’utilizzo di server dedicati a tenere vivo il gioco.
Naturalmente non si tratterebbe di una norma retroattiva. Gli sviluppatori non sarebbero costretti a riesumare ogni singolo titolo della propria libreria, ma servirebbe a tutelare gli acquisti dei consumatori per evitare che il valore di questi evapori nel giro di pochi anni insieme al prodotto.
Dubbi e perplessità

La petizione ha ricevuto molta attenzione ed è riuscita a superare il suo obiettivo prefissato con un aumento vertiginoso di firme registrato negli ultimi giorni, nonostante la campagna Stop Killing Games fosse partita ormai da mesi. Il motivo di questo aumento di popolarità è dovuto senza dubbio all’intervento polemico di Pirate Software, famoso YouTuber statunitense che ha apertamente criticato l’iniziativa, sostenendo che avrebbe “condannato tutti i videogiochi multiplayer“.
Le dure parole di Pirate Software, che ha affermato di voler affossare la petizione, hanno invece avuto l’effetto opposto. Stop Killing Games si è ripresa dopo un periodo di stallo e ora le firme stanno arrivando a valanga sul sito (che potete trovare qui).
Naturalmente la community di You Tube ha dato inizio ai suoi tipici rituali, fatti di contrasti al vetriolo e polemiche offerte sull’altare dell’engagement. Al netto della guerra fra Pirate Software e i suoi colleghi però, è giusto capire nel dettaglio cosa Stop killing Games voglia proporre, e per farlo basta informarsi sulla loro pagina che include un’utilissima sezione FAQ.
In questa sezione gli organizzatori spiegano chiaramente il problema che si pone quando la software house decide di legare il proprio titolo ad un server proprietario, che una volta spento rende il gioco di fatto inutilizzabile per tutti gli acquirenti. Questa mossa parte dalla volontà di rendere ingiocabile il titolo, perchè la compagnia si riserva il diritto di conservare alcune componenti indispensabili rendendo impossibile ai fan sostituire il server con altri gestiti dalla community.
L’obiettivo naturalmente è legato a ragioni economiche, poichè tutta la platea di appassionati, una volta che il loro gioco è stato reso indisponibile, si vedrà costretta a migrare su un sequel probabilmente prodotto dalla stessa compagnia.
Una delle più comuni critiche all’iniziativa Stop Killing Games è quella di sostenere che sarebbe ingiusto vincolare l’azienda produttrice al supporto continuativo di ogni titolo della sua libreria, perchè sarebbe irrealistico pensare di supportare una quantità sempre crescente di server. Stop Killing Games però specifica che l’obiettivo non è impedire alle software house di terminare il supporto, bensì quello di “implementare un piano di fine vita per modificare o applicare patch al gioco in modo che possa funzionare sui sistemi dei clienti senza che sia necessario alcun ulteriore supporto da parte dell’azienda”.
Con questo si intende una patch che renda il titolo giocabile offline o la possibilità per la community di creare server ad hoc per il gioco che la compagnia ha smesso di supportare. Vengono poi elencati alcuni esempi virtuosi di titoli che sono sopravvissuti nonostante il mancato supporto da parte dei publisher, ossia Gran Turismo Sport (PlayStation), Mega Man X DiVE (Capcom) e Duelyst (Bandai Namco).
Perchè dovresti firmare?

È facile disinteressarsi di questioni del genere e lavarsene le mani, specialmente quando riguardano petizioni che richiedono attivamente una firma su qualche documento. Tutti noi siamo stati fermati per strada almeno una volta e ci è stata sventolata una penna davanti al naso prima ancora di capire quale fosse l’iniziativa o la proposta.
Può risultare superfluo e sospetto scrivere i propri dati e cliccare su un modulo online per dire la nostra opinione sul futuro dei videogiochi, e lo è se non siete appassionati al medium. Ma se invece come noi siete cresciuti con il pad in mano e i videogiochi vi hanno accompagnato per tutta la vita, a nostro parere è anche nostro dovere difenderli. Firmare la petizione promossa da Stop Killing Games permetterebbe di lanciare un segnale forte alle istituzioni, comunicando il chiaro messaggio che questa pratica ormai normalizzata dalle software house è inaccettabile per un numero considerevole di consumatori.
Non vogliamo perderci in considerazioni morali, che per loro natura sono legate alla sensibilità individuale di ognuno di noi, ma in questo caso Stop Killing Games può essere il catalizzatore di una frustrazione condivisa ed è necessario che tutti coloro che credono nell’importanza del videogioco come forma d’arte facciano il possibile per evitarne l’evaporazione per motivi unicamente economici e di predilezione del profitto da parte delle software house.
Voi avere firmato la petizione Stop Killing Games?