L’industria videoludica è cambiata molto negli ultimi decenni, non soltanto in termini tecnici e di qualità dei suoi prodotti ma anche per rilevanza culturale ed economica. Attualmente i videogiochi sono la forma di intrattenimento più popolare in assoluto. Secondo i dati raccolti nello “State of Gaming 2024”, l’indagine annuale operata dall’agenzia giapponese Dentsu, il mercato videoludico supera di gran lunga quello di cinema e musica messi insieme, sovrastando tutto il resto dell’intrattenimento con incassi record che di conseguenza genera un giro d’affari di importanza globale.

Nonostante il gaming sia ormai diventato una forma d’intrattenimento di massa che accomuna appassionati di tutte le età e provenienze, persiste ancora una sorta di stigma nei confronti dei videogiocatori. Si tratta di un retaggio del passato propagato da personaggi sempre più scollati dalla realtà dei fatti, tuttavia restano ancora degli stralci persistenti di questa mentalità retrograda che prova ancora una volta ad additare i videogiochi come fonte dei mali della società.

Un nuovo GTA all’orizzonte ha risvegliato i soliti animi polemici, irriducibili soldati fantasma che continuano a voler combattere una guerra ormai perduta contro un nemico che non è mai esisto. Oggi vi raccontamo dei reduci della guerra ai videogiochi, sconfitti dal loro stesso capro espiatorio che ancora cercano invano di combattere.

La paura del “nuovo”

L’avversione per il mondo dei videogiochi parte dalla paura del nuovo e dell’ignoto, un’elemento caratteristico di qualsiasi società in qualunque epoca. Se negli anni ’80 e ’90 il fenomeno era ancora relegato ad una nicchia di appassionati, il nuovo Millennio ha portato alla definitiva esplosione del settore videoludico nella cultura di massa.

Titoli come Halo, Doom, God of War, Resident Evil, Metal Gear Solid e tanti altri hanno contribuito a rendere i videogiochi sempre più popolari e grazie all’introduzione di console come PlayStation e Xbox, il gaming è arrivato nei salotti di tutto il mondo. Questo ha attirato l’attenzione di stampa e politica che, incapaci di interpretare il fenomeno, lo hanno subito marchiato come dannoso e colpevole di corrompere le giovani menti.

Negli anni sono stati innumerevoli le personalità e le associazioni che si sono scagliate contro i videogiochi per i motivi più disparati. Istituzioni religiose, associazioni femministe, avvocati e psicologi si sono precipitati ad additare i videogiochi delle colpe della società, cercando un capro espiatorio per mancanze che invece provenivano da ben altri fattori.

La politica, senza distinzioni di colori, ne ha poi approfittato per cavalcare l’onda e conquistare favori elettorali, supportata da un sistema mediatico completamente asservito e appiattito su un unico punto di vista.

Il grande problema di questa demonizzazione è proprio la sua provenienza, che parte spesso da un’ignoranza arrogante e incapace di ascoltare voci esperte e informate sul fenomeno. Proprio come accaduto per i fumetti negli anni ’50 o per la musica rock negli anni ’80, i videogiochi sono stati attaccati perchè non sono stati compresi e i detrattori, oggi come allora, si rifiutavano di capire davvero di cosa stessero parlando.

La questione è stata riassunta in maniera ottima da Ken Levine, il creatore di Bioshock, intervistato sul canale statunitense MSNBC. Levine ha dichiarato apertamente la sua frustrazione:

“Siamo onesti, nel secolo scorso è successo con i fumetti. Ogni volta che emerge un nuovo medium, la gente che non ha esperienza – che non lo ha mai provato – non riesce a capirlo, quindi restano confusi. Quando sono apparsi i primi libri non tutti sapevano leggere quindi non tutti li potevano capire. Allo stesso modo non tutti sono in grado di approcciarsi a un videogioco, quindi è un problema di analfabetismo”.

Parole forti che però fotografano perfettamente la questione, proprio perchè provengono da una voce esperta. Gli esponenti più critici nei confronti dei videogiochi si affrettano immediatamente a specificare: “Non sono un giocatore”, o ancora: “Non ho mai giocato a un videogioco”, senza rendersi conto che questa ammissione squalificia immediatamente il loro punto di vista.

Le persone che hanno criticato l’impatto dei videogiochi hanno spesso agitato lo spauracchio della violenza e del presunto fine di proteggere i bambini dall’influenza che questi avrebbero potuto avere sulle loro menti. Già a partire dagli anni ’90 è iniziata la marcia ostile, che ha utilizzato mezzi legislativi per imporre limiti a proliferazione dei videogiochi.

Una grande svolta è avvenuta nel 2003, con l’approvazione del sistema PEGI. Si tratta essenzialmente di una sorta di rating che impone di stampare sulla confezione l’età consigliata per ogni singolo videogioco e che viene gestita da una commissione indipendente europea. Esistono altri omologhi in tutto il mondo ed è uno standard applicato ancora oggi.

Questo però doveva essere un primo passo verso una politica estremamente stringente, che fortunatamente non è mai stata in grado di essere realizzata. La definitiva sconfitta del movimento anti-gaming però è avvenuta nel 2011, con la decisione della Corte Suprema statunitense che ha stabilito che i videogiochi fossero protetti dal principio di libertà di espressione, proprio come i film e la musica.

Si è trattato di un colpo mortale che ha immediatamente frenato ogni possibilità di proseguire questa guerra culturale su scala globala. I videogiochi erano stati finalmente definiti per quello che sono: una forma d’arte.

GTA, il simbolo di una guerra persa

Il 2026 sarà l’anno di GTA 6 e tutti sanno che il nuovo attesissimo capitolo di casa Rockstar sarà un’enorme successo. Sarà un evento di portata epocale, che come una meteora distruggerà qualsiasi altro prodotto abbia la sfortuna di essere rilasciato nelle immediate prossimità della sua data di lancio.

L’enormità di GTA 6 non è un segreto per nessuno, nemmeno per chi non ha mai tenuto in mano un controller il fatto che la sua uscita venga discussa con gli stessi termini con cui si descrive un uragano o un’altra calamità naturale è l’unica testimonianza che serve per capire che GTA ha trionfato nella sua battaglia, sgominando la pletora di critici e obiettori.

Negli anni la saga targata Rockstar è stato il bersaglio preferito dei movimenti anti-gaming di qualsiasi provenienza. Il suo tono irriverente e la sua rappresentazione grafica di contenuti violenti, sessuali e provocatori ha aizzato ogni attore ostile, dai genitori ai politici, dalle organizzazioni religiose ai media.

Il punto di forza di GTA, che nessuno ha avuto l’umiltà di voler comprendere, è stata la sua satira pungente contro la società contemporanea. Molti dei più aspri oppositori dei videogiochi sono stati ridicolizzati dagli sviluppatori, sia fuori che dentro ai loro titoli. Questo ha permesso a GTA di diventare un simbolo, attorno al quale sia appassionati che critici si sono uniti per motivi diversi.

Uno dei più feroci critici di GTA e dell’industria videoludica è stato Jack Thompson, un ingessato avvocato statunitense che negli anni 2000 ha ottenuto le attenzioni della cronaca a causa della sua inarrestabile campagna contro l’influenze e l’espansione dei videogiochi. La sua missione era quella di “far chiudere Rockstar”, colpevole di infettare le giovani menti con i suoi videogiochi violenti.

Thompson ha intentato decine di cause contro lo studio, tutte sistematicamente perse o addirittura rifiutate dalle Corti americane. Il colpo del KO però è arrivato nel 2008, quando Thompson è stato radiato dall’albo degli avvocati degli Stati Uniti, mentre Rockstar si preparava a rilasciare il suo più grande successo fino a quel momento: GTA 4.

Bisogna specificare che la radiazioni di Thompson è avvenuta per motivi che esulano totalmente dalla sua faida contro Rockstar, ma è stato un passaggio emblematico della guerra contro i videogiochi, che da quel momento in poi ha perso uno dei suoi portavoce più importanti e ha iniziato a volgere inevitabilmente in favore dell’arte videoludica e dei suoi appassionati in tutto il mondo.

Una vittoria che va difesa

Se quella che abbiamo descritto finora si può definire “guerra”, è chiaro che ci sia un unico vincitore. I videogiochi ora dominano indisturbati il mondo dell’intrattenimento e rappresentano un’industria plurimiliardaria che ha attiratto anche chi qualche anno fa la accusava.

Tuttavia c’è ancora qualche voce retrograda che persiste nel voler attaccare il nemico immaginario. Qualche giorno fa il Ministro della Salute del governo USA Robert Kennedy ha puntato il dito contro i videogiochi, sostenendo che possano essere fra le cause alla base delle stragi che attualmente stanno dilaniando gli Stati Uniti.

Il Ministro del governo Trump non ha approfondito la questione ma la reazione della stampa e delle masse hanno dimostrato come queste parole abbiano ormai perso credibilità e portino con sè un retrogusto vetusto e polveroso, che ricorda un tempo ormai tramontato. Un tempo in cui ancora i videogiochi non erano usciti vincitori indiscussi da questa battaglia decennale.

Ci teniamo a specificare che questo non è un attacco a nessuna parte politica. Come abbiamo specificato in precedenza, gli attacchi ai videogiochi sono venuti da entrambe le ale politiche. Inoltre non abbiamo la volontà nè gli strumenti di offrire analisi politiche a chi legge. Quello di Kennedy è soltanto l’ultimo acuto di chi ha perso questa guerra e ancora sembra non volerlo realizzare ma le sue parole ci ricordano che tutti noi appassionati dobbiamo continuare a difendere la nostra passione e non permettere che venga infangata o ristretta da attori che non sanno di cosa stanno parlando.

E voi che ne pensate della guerra ai videogiochi?

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