La petizione Stop Killing Games ha conquistato l’attenzione dei giocatori di tutto il mondo l’estate scorsa e ha raggiunto in poche settimane la cifra record di 1.3 milioni di firme.
La campagna promossa dallo youtuber britannico Scott Ross vuole evidenziare il tema della preservazione videoludica ed incentivare misure legislative che possano garantire la tutela dei prodotti digitali.
L’obiettivo di Ross Scott e i suoi collaboratori è essenzialmente porre fine ad una dannosa pratica sempre più utilizzata da parte delle software house per tagliare i costi e spingere un nuovo modello di gaming incentrato su servizi in abbonamento e cloud invece che sulla proprietà fisica o digitale del prodotto.
Esistono tantissimi esempi di videogiochi resi inaccessibili dopo che gli sviluppatori hanno deciso di interromperne l’aggiornamento e la manutenzione. A partire da Concord di Sony fino ad arrivare a The Crew di Ubisoft è evidente che i consumatori digitali, come i videogiocatori, non siano tutelati dalle pratiche predatorie delle software house e la petizione Stop Killing Games vuole rispondere proprio a questa necessità.
L’udienza al Parlamento Europeo

Scott Ross si è presentato al Parlamento Europeo per un’udienza davanti ai parlamentari comunitari lo scorso 16 aprile. Il promotore di Stop Killing Games e l’organizzatore della campagna Moritz Katzner hanno esposto le loro tesi e pare che abbiano ricevuto un feedback positivo da parte dei rappresentanti europei.
L’udienza è durata 45 minuti e ha evidenziato come esista un effettivo vuoto normativo, che permette alle software house di riservarsi il diritto di interrompere qualunque tipo di supporto ai propri titoli senza notificare il consumatore, eliminando di fatto il concetto di proprietà del software. Il videogiocatore quindi non è mai in possesso del software acquistato, bensì gli è concesso utilizzarlo dietro autorizzazione della compagnia produttrice che ne detiene i diritti.
Questo cortocircuito è reso possibile dal sistema delle EULA (End-User License Agreement), che solleva la compagnia da qualsiasi responsabilità legale e firmando il quale il consumatore accetta di non essere proprietario del software.
Scott Ross ha presentato al Parlamento Europeo uno studio di enorme impatto, nel quale, su un campione di 400 titoli analizzati, il 93% è stato completamente disabilitato a causa della mancanza di supporto. Questo dimostra che la cancellazione dei titoli (e degli acquisti) da parte delle software house non è un tema marginale, bensì una prassi che interessa l’intera industria.
L’obiettivo è quello di equiparare l’acquisto dei videogiochi a qualsiasi altro bene materiale o digitale. I rappresentanti della petizione infatti puntano il dito contro i publisher che sfruttano una logica non scritta secondo il quale il consumatore è convinto che il suo acquisto duri nel tempo ma, se per altri prodotti esiste una tutela che garantisce questa regola, per i videogiochi la stessa tutela non esiste e il vuoto normativo permette alle software house di cancellare qualunque tipo di software non sia più redditizio per le casse del publisher.
Un primo impatto positivo

Si potrebbe pensare che le aule del potere siano restie a considerare seriamente i temi proposti da una petizione come Stop Killing Games, tuttavia pare che l’impatto di Scott Ross e i suoi sui rappresentanti comunitari sia stato inaspettatamente positivo.
A rivelarlo sono gli stessi promotori di Stop Killing Games, che nel corso della conferenza stampa si sono detti positivamente sorpresi dalle reazioni dell’aula:
Penso che chiunque abbia assistito abbia notato che non c’era un solo eurodeputato che non reagisse positivamente. Anche la Commissione è stata piuttosto positiva, direi.
Gli organizzatori hanno poi specificato che l’obiettivo non è affatto quello di stravolgere il modello di business delle software house. Non si pretende quindi l’eliminazione di microtransazioni o Season-Pass, pratiche ormai molto comuni sia nei titoli live-service che in quelli single player. L’iniziativa vuole agevolare l’emergere di soluzioni che permettono ai consumatori di giocare ai titoli acquistati a prescindere dallo stato dei server che li sostengono. Si tratta quindi di rendere obbligatoria l’implementazione di modalità offline slegate dal server proprietario della compagnia, andando così anche a preservare il valore artistico dei videogiochi e il lavoro degli sviluppatori, che altrimenti verrebbe perso nel tempo in seguito all’inevitabile interruzione del supporto.
Chiaramente questo è solo un primo passo che, pur rappresentando uno spartiacque nella battaglia per la preservazione videoludica, lascia gli organizzatori della petizione e i videogiocatori in genere in uno spazio ibrido, ancora non chiaramente tutelato a livello normativo. Stop Killing Games ha raccolto 1.3 milioni di firme, una cifra record che obbliga la Commissione Europea ad una risposta formale entro il 16 giugno e noi continueremo a seguire la vicenda tenendovi aggiornati su qualsiasi evoluzione.
A prescindere dal modo e dai tempi nei quali i temi promossi dalla petizione verranno tradotti in legge, c’è da dire che Stop Killing Games ha senza dubbio contribuito a mettere in luce un problema fondante dell’industria videoludica moderna e l’encomiabile lavoro di Scott Ross e i suoi collaboratori potrebbe portare ad una rivoluzione tangibile nella preservazione dei videogiochi in futuro.
E voi che ne pensate di Stop Killing Games? Avete firmato la petizione?
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